Non saprai cosa stai per scrivere finché non l’avrai scritto

Una delle cose che sento dire più di frequente da chi ha una piccola attività e ne gestisce i canali di comunicazione è non so che cosa dire. Non che gli argomenti manchino davvero, sia chiaro; di solito chi mi contatta per la stesura dei testi, o per un aiuto con i canali social, riferisce di avere tante cose da dire, ma di non saper da dove partire, come esporre i fatti, come rendere interessante il racconto. Insomma, non è tanto il cosa dire a spaventarli, ma il come dirlo.

Prima che a qualcuno venga in mente di rimediare con un buon vocabolario dei sinonimi, chiariamo che non è una mera questione lessicale: il come è parte integrante del cosa, è la scelta di un punto di vista, l’organizzazione del discorso, la morale o la lezione intrinseca, lo stile del racconto. Il come, potremmo dire senza timore di smentita, conta spesso più del tema: quante volte, leggendo un autore di grande talento, capita di pensare che potrebbe rendere avvincente persino l’elenco telefonico?

Il primo punto da tenere a mente quando ci sentiamo in alto mare è proprio questo: più del cosa, il come.
E ora permettetemi di portarvi in pizzeria.

Col menù aperto tra le mani - niente QR Code qui, è una pizzeria anni ‘90 - scorrete un fitto elenco di carboidrati impresso su pagine di plastica, quand’ecco giungere il cameriere per prendere l’ordinazione. Panico: non sapete quale pizza ordinare.

Non avete dubbi sul fatto di voler mangiare una pizza - il cosa - ma come questa pizza debba essere condita è una faccenda che risponde a diverse contingenze: preferite l’abbondanza di una Quattro Formaggi o la sapidità di una Napoli? L’ordinata sequenza d’ingredienti di una Quattro Stagioni o la golosa baraonda di una Capricciosa? Una pizza leggera per lasciare spazio al dolce, o una farcitura carica di condimenti da digerire solo domattina? Sono gli infiniti modi in cui è possibile trattare un argomento: con esaustività, da un punto di vista inusuale, seguendo un approccio schematico o un’esposizione creativa, con una scrittura minimale o densa di colore e riflessioni da assimilare con calma.
La scelta finale non dipenderà solamente dalla vostra indole di base, da come siete soliti porvi, o dall’insieme di caratteristiche che costituiscono la vostra idea di “chi siete”: sarà invece, come per la pizza da ordinare, il risultato di chi siete oggi, ora, in questo specifico frangente.

Potreste esservi svegliati polemici, stamattina; è possibile che su questo argomento abbiate una visione in controtendenza, o magari che, nonostante le infinite possibilità offerte dal menù della vita moderna, continuiate a preferire la cara e rassicurante Margherita; ed è infine altrettanto plausibile che, cedendo a ripetute pressioni esterne, abbiate deciso di cambiare dieta. Tutto ciò concorrerà a determinare come parlerete di ciò che intendete dire.

Detta così parrebbe una faccenda destinata a risolversi spontaneamente, assecondando l’istinto o, come vorrebbe una certa tendenza new age, “mettendosi in ascolto del nostro io più profondo”.
Eppure avete l’impressione che gli altri - i concorrenti che ammirate, i comunicatori che seguite - abbiano una capacità di messa a fuoco maggiore della vostra. In altre parole: perché spesso ci è così difficile decidere quale pizza ordinare?

La risposta è che nemmeno i più bravi scrittori sanno cosa stanno per scrivere prima di averlo scritto, redatto ed editato. Il pensiero che leggete così splendidamente tirato a lucido tra le righe di un post, un saggio o un articolo di giornale, non è stato estratto dalla mente dell’autore alla maniera di Albus Silente.

I pensieri, parrà banale, si pensano. Vale a dire che si plasmano, si tagliano e ricuciono, si affinano e rivoltano, vi si aggiungono nuovi pezzi e altri se ne cestinano. La scrittura è l’insieme di questo processo maieutico.

Se non volete credere a me, che sono la signora Nessuno, date perlomeno ascolto a Raymond Carver, che nel suo “Il mestiere di scrivere” parla diffusamente di tecniche, abitudini ed esercizi di scrittura. A proposito del suo primo insegnante di scrittura creativa, John Gardner, scrive:

“Uno dei suoi principi fondamentali era che uno scrittore scopre quello che vuol dire mediante un continuo processo consistente nel vedere quello che ha già detto. E questo processo di messa a fuoco della visione, si otteneva mediante la revisione.”

Nel saggio “Rewriting”, che il maestro del minimalismo americano scrive come prefazione al libro Fires, Carver riflette sul proprio rapporto con la revisione dei testi, inevitabilmente influenzato dagli insegnamenti ricevuti da Gardner, e confessa:

“So solo che rivedere e correggere l’opera dopo averla scritta è una cosa che mi viene naturale e in cui provo grande piacere. Può darsi che io corregga perché così facendo mi avvicino pian piano al cuore dell’argomento del racconto. Sento di dover continuamente tentare di scoprirlo. È un processo, non una posizione stabile.”

Scrivere, dunque, nell’accezione con cui lo intendiamo abitualmente, è soprattutto ri-scrivere: mettere giù una frase, limarne i bordi, correggerne le sfumature, acuirne il contrasto. Qualche volta, cancellarla per riscriverla daccapo in una veste del tutto nuova.

Il miglior modo per scoprire cosa vogliamo dire, perciò, è iniziare a dirlo, e vedere se la forma che stiamo dando al discorso è quella giusta. Un po’ come quando scegliamo una pizza e ci figuriamo nel palato virtuale la sinfonia di sapori a cui andremo incontro. Sono quelli giusti? C’è qualche richiesta di variazione particolare al menù? Il cameriere sta già arrivando col taccuino in mano.
Fate la vostra ordinazione.